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giovedì 27 aprile 2017

Il Rizògalo per il Club del 27

Questo mese per il Club del 27 dell'MTChallenge non potevo che continuare sulla linea del dolce e degli zuccheri con un dolce al cucchiaio di origine greca, il rizògalo, dalla consistenza piacevolmente grumosa grazie al riso, cotto prima in acqua e poi in un latte aromatizzato al limone e alla vaniglia.
La ricetta viene direttamente dal tema del mese n.41.

Ingredienti
(per 10 coppette)

1 l di acqua
1 l di latte intero
200 g di riso arborio
160 g di zucchero
2 cucchiai di amido di mais
i semi di una bacca di vaniglia
la scorza di uno o due limoni
cannella in polvere
sale


PREPARAZIONE

Pesate il riso, sciacquatelo in un litro d'acqua fredda e cuocetelo in abbondante acqua leggermente salata mescolando delicatamente di quando in quando: il riso dovrà assorbire tutta l'acqua e solo in questo momento potrete aggiungere il latte con lo zucchero, la scorza del limone e la vaniglia.
Portate il tutto a ebollizione continuando a mescolare, quindi aggiungete l'amido disciolto in poca acqua e continuate la cottura per 10 minuti a fuoco bassissimo.
Trascorso il tempo, spegnete il fuoco ed eliminate il limone. Versate il riso nelle coppette e lasciatelo raffreddare, poi mettete in frigo per un paio d'ore prima di servire spolverizzato con un pizzico di cannella.

N.B. Io aggiunto alla versione con la cannella, una seconda versione con cacao amaro e cioccolato fondente e una terza con zucchero a velo e anice stellato.

venerdì 1 luglio 2016

Il tema del mese: arepas venezolanas

Quando oggi si parla di arepas praticamente si parla di Venezuela.
La arepa è l'espressione culinaria nazionale del Venezuela, la più autoctona, e si può incontrare in qualunque città del vastissimo Paese si visiti, dal momento che è un elemento essenziale e quotidiano della dieta venezuelana.

CENNI STORICI

La menzione più antica alla parola arepa risale al marinaio italiano Galeotto Cei che la riporta nel suo 'Viaggio e relazione delle Indie" (1539-1553): "Fanno un altro tipo di pane (con il mais) come piccole torte, di un dito di grandezza, rotonde e grandi come un piatto francese, o poco più o poco meno, e le mettono a cuocere in una teglia direttamente sul fuoco, ungendole con del grasso perchè non si attacchino, rivoltandole finchè sono cotte da entrambi i lati e a queste danno il nome di 'areppas' e alcuni fecteguas".

Successivamente, il frate Pedro Simon, nella sua opera "Notizie storiche della conquista della Terra Ferma nelle Indie Occidentali", e Bernabè Cobo in "Storia del Nuovo Mondo" scrissero che "gli indigeni fanno delle torte tanto grandi come un dito, che si chiamano arepas".
Alcune fonti assicurano che il vocabolo proviene dal cumanagoto (lingua del popolo nativo americano del Sudamerica di etnia Caribe, lo stesso che visse nell'antica provincia della Nuova Andalusia chiamata oggi Cumanà e i cui discendenti abitano ora al nord dello Stato di Anzoàtegui in Venezuela) e significa letteralmente 'mais', ingrediente basilare nella preparazione della arepa. Per questo motivo alcuni pongono le origini della arepa proprio nell'attuale Venezuela.
In alternativa alla poco discutibile origine indigena della arepa, l'accademico e saggista storico sulla cultura sudamericana Mariano Picon Salas si sofferma sulla similitudine con la forma del disco solare, "come se in esse le nobili razze che le crearono volessero venerare quel primo e più visibile Dio che riscalda la terra".
Il viaggiatore svedese Carl August Gosselmann, che attraversò in Colombia le regioni di Antioquia e Viejo Caldas, scrisse nel suo libro 'Viaggio attraverso la Colombia' (1825-26) al suo ritorno a Stoccolma: "Quello che più abbonda nel mercato di Medellìn è il mais che si compra sottoforma di arepas, grosse gallette di buon sapore, sane e anche più nutrienti del pane, a discapito della quantità d'acqua che contengono. Oggigiorno, ricchi e onesti mangiano con gusto le buonissime arepas".
In varie regioni dell'America esistono delle varianti dal periodo preispanico, specialmente in Colombia, Venezuela, Panama (dove è conosciuta come tortilla) e in Salvador (dove si chiama pupusa).
Attualmente la arepa è preparata e consumata anche in Spagna, per l'influenza degli abitanti delle isole Canarie che emigrarono in Venezuela negli anni settanta. Tali arepas, preparate secondo la tradizione venezuelana, stanno man mano evolvendosi incorporando anche peculiarità della cucina spagnola.

PREPARAZIONE

Potete preparare le vostre arepas con il mais bianco in grani o direttamente con la farina di mais bianca precotta.
Lavate la granella di mais a lungo in un recipiente sotto l'acqua corrente fino a che scorre limpida e con dell'acqua pulita che la copra a filo fatela cuocere per circa un’ora o fino a che diventa tenera.
Fate raffreddare e risciacquate, quindi scolate e fatela asciugare molto bene.
Una volta asciutta, pestate il mais (i venezuelani lo pestano nel pilon, un mortaio scavato in un ceppo di legno con un suo ramo lungo circa 80 cm sagomato a pestello) fino a trasformarla in farina (mais pilado).
In alternativa a tutto questo procedimento potete acquistare della farina di mais bianco, meglio se venezuelano, precotta.
I ripieni possibili per le arepas sono infiniti, dalla semplice fetta di formaggio con salumi locali a preparazioni molto complesse. Nelle areperas (i locali dove si vendono arepas) esiste uno specialista dei ripieni che caratterizza lo stile del locale, detto mostador.
Nello street food venezuelano, numerosissime, regionali e stagionali possono essere le possibili farciture.
La più classica, che vi propongo io, è la carne mechada, un lesso sfibrato i cui sfilacci si saltano con verdure e spezie e che è parte del pabellòn criollo, il piatto nazionale venezuelano.
Nella tradizione si può usare il formaggio non solo come farcitura ma integrarlo all’impasto delle arepas. Si usa in questo caso il queso blanco de mano, un formaggio fresco dalla consistenza dei nostri formaggi light tipo Osella. Diventano così arepas de queso. Le dosi per prepararle sono: 100 g di queso ogni 300 g di farina.
C’è chi all’impasto unisce anche una noce di burro a temperatura ambiente, per rendere la massa più facile da lavorare.
I dominatori spagnoli parallelamente preparavano anche delle arepitas da 4 cm che friggevano e mangiavano poi senza farcitura.
La arepa venezuelana si può trovare insomma con caratteristiche distinte nelle diverse regioni del Paese. Le più delicate si chiamano 'telitas' e sono tipiche della regione andina mentre le più condite e ripiene si trovano nella regione centrale; più larghe, sono fritte o arrostite, si incontrano di solito in oriente.
Si preparano arepas con cotenna di maiale, e arepitas (le piccole arepas fritte) dal leggero sapore di anice, si fanno arepas 'peladas' con la cenere e si trovano nel parte occidentale del Paese.
Si suole farcire le arepas con formaggio o burro, carne mechada o arrostita, prosciutto o qualunque cosa si possa gradire.

AREPAS VENEZOLANAS CON CARNE MECHADA

Ingredienti
(per 4 arepas)

- 250 g di farina di mais bianco
- 400 g di acqua
- 1 cucchiaino di sale

(per la carne mechada)

- 500 g di colardella di bovino (o carne per spezzatino)
- 2 cipolle
- 1 carota
- 3 o 4 pomodorini
- olio EVO
- sale
- paprika forte o cumino
- 50 g di robiola



PREPARAZIONE

Fate una fontana con la farina, unite il sale e a poco a poco aggiungete l'acqua. Impastate fino ad ottenere una massa morbida ed omogenea, dividetela in 4 parti e formate dei dischi di 8-10 cm di diametro e circa un centimetro di spessore.
Cuocete in una padella antiaderente ben calda per circa 20 minuti, rivoltando i dischi ogni tanto. Tenete quindi da parte e, intiepiditisi, tagliateli nel senso dello spessore lasciandoli uniti per un lembo.
Per la carne mechada cuocete i pezzi di carne in una pentola facendo prima un fondo con olio e cipolla a pezzi, unite la carne e fate rosolare quindi coprite con acqua, salate e lasciate andare a fuoco lento fino a che l'acqua non si sarà quasi tutta consumata.
Sfilacciate la carne finemente e saltatela in un wok con un filo d'olio, una carota e una cipolla a pezzettini e abbondanti spezie. Salate all'occorrenza. Quando la carne a sfilacci si sarà insaporita, spegnete e farcitene le vostre arepas. Se preferite, prima della carne, potete insaporire i dischi spalmandone le pareti con un po' di burro o robiola.

FONTI

sabato 21 maggio 2016

Il tema del mese: la pastiera napoletana

Da "La Cucina Napoletana" di Jeanne Caròla Francesconi:
Tradizionale e immancabile il giorno di Pasqua su ogni mensa napoletana, la pastiera è quasi un'intima parte del popolo napoletano che annualmente riemerge, perfino in questa nostra era ansiosa di abolire tutto ciò che è tradizionale.  
Nessuno sfugge al fascino della pastiera, fascino dovuto non tanto alla golosità quanto ad un inconscio sentimento d'amore che si rinnova di padre in figlio. 
E' certo che di questo dolce, antesignano, per il suo profumo, della imminente primavera, in periodo pasquale si fa un gran parlare. 
Ogni famiglia ha la sua personale ricetta, variata soprattutto nelle proporzioni: chi vi mette la crema e chi no; l'uno la preferisce molto profumata di acqua di fiori d'arancio, l'altro invece fa di quest'ultima un uso molto parsimonioso. 
Tutti però discutono sulle regole e sui propri gusti; si rammaricano se la pastiera di quest'anno è riuscita meno bene di quella dell'anno precedente, se ne gloriano se si verifica il contrario e se la scambiano per poterla reciprocamente giudicare, comunicandosi dosi ed accorgimenti. E poichè la pastiera si conserva almeno per una settimana, i giorni successivi alla Resurrezione sono punteggiati di piccoli assaggi (di mattina accompagnata da una tazza di caffè, la pastiera è gustosissima) che prolungano la festosa atmosfera pasquale fino a quando il 'ruoto' non resti completamente vuoto. 
E l'anno dopo si ricomincia.

«E,venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n'asserceto formato.»

(Giambattista Basile, La gatta cenerentola)


Storia


La pastiera, probabilmente, sia pure in forma rudimentale, accompagnava le feste pagane che celebravano il ritorno della primavera, durante le quali le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l'uovo, simbolo di vita nascente. Il grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta del ripieno potrebbe derivare direttamente dal pane di farro tipico delle nozze romane dette appunto "confarreatio". Un'altra ipotesi la fa risalire alle focacce rituali che si diffusero all'epoca di Costantino il Grande, a base di latte e miele che i catecumeni ricevevano come offerta nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale.
Nell'attuale versione fu forse inventata in un ignoto monastero napoletano dove una suora volle che in quel dolce, simbolo della Resurrezione di Cristo, si sentisse il profumo dei fiori dell'arancio del giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano che dal nero della terra in cui viene seminato germoglia e risorge splendente come oro. Aggiunse poi le uova, simbolo di nuova vita, il cedro e le spezie venute dall'Asia.
È storia nota poi che le suore dell'antichissimo convento di San Gregorio Armeno si aggiudicarono la reputazione di maestre nella complessa manipolazione della pastiera e nel periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore patrizie e della ricca borghesia.
Ogni brava massaia napoletana si ritiene detentrice dell'autentica, o della migliore, ricetta della pastiera. Ci sono tuttavia due scuole di pensiero a riguardo: la più antica insegna a mescolare alla ricotta semplici uova sbattute; la seconda, decisamente innovatrice, raccomanda di mescolarvi una densa crema pasticciera che la rende più leggera e morbida, innovazione dovuta al dolciere-lattaio Starace la cui bottega sorgeva in un angolo di Piazza Municipio e che ora non esiste più.
La pastiera va confezionata con un certo anticipo, non oltre il Giovedì o il Venerdì Santo, per dare agio a tutti gli aromi di cui è intrisa di ben amalgamarsi in un unico e inconfondibile sapore. Appositi "ruoti" di ferro stagnato sono destinati a contenere la pastiera, in essi viene venduta e anche servita, poiché è assai fragile e a sformarla si rischia di rovinarla irrimediabilmente.
Leggenda
La leggenda fa risalire le origini della pastiera al mito di Partenope, la sirena che, incantata dalla bellezza del golfo, disteso tra Posillipo ed il Vesuvio, fissò lì la sua dimora. Ogni primavera la bella sirena emergeva dalle acque per salutare le genti che popolavano il golfo, allietandole con canti d’amore e di gioia.Una volta la sua voce fu così melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne rimasero affascinati e rapiti: accorsero verso il mare commossi dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato e, per ringraziarla di un così grande diletto, decisero di offrirle quanto di più prezioso avessero, così sette fra le più belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di consegnarle dei doni: la farina, forza e ricchezza della campagna; la ricotta, omaggio di pastori e pecorelle; le uova, simbolo della vita che sempre si rinnova; il grano tenero, bollito nel latte, a prova dei due regni della natura; l’acqua di fiori d’arancio, per il loro profumo; le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l’ineffabile dolcezza profusa dal suo canto.
La sirena, felice per i tanti doni, quando si inabissò per fare ritorno alla sua dimora, depose le offerte ai piedi degli dei e questi, inebriati anch'essi dal suo soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima pastiera che eguagliava e, anzi, superava in dolcezza il canto della stessa Partenope.
C'è poi anche una leggenda più realistica che narra che di alcuni pescatori rimasti in balìa delle onde per un giorno ed una notte a causa di un improvviso maltempo. Costoro, una volta riusciti a rientrare sulla terraferma, interrogati su come avessero potuto resistere in mare per così tanto tempo, risposero che avevano potuto nutrirsi della 'Pasta di Ieri', fatta con ricotta, uova, grano ed aromi e anche per ciò la Pastiera iniziò ad essere simbolo di rinascita, oltre che per gli ingredienti, perché aveva dato una chance di sopravvivenza a dei pescatori.

Ingredienti

per la pasta frolla:

- 250 g di farina
- 125 g di burro o sugna
- 125 g di zucchero
- 3 tuorli

per il grano:

- 170 g di grano precotto
- 350 ml di latte
- la buccia grattugiata di mezza arancia o limone
- una noce di burro o sugna
- 1 cucchiaino di zucchero
- 1 pizzico di vaniglia

per il ripieno:

- 125 g di ricotta di pecora
- 170 g di zucchero
- 3 tuorli d'uovo
- 2 albumi
- 50 g di acqua di fiori d'arancio
- 20 g di cedro candito
- 20 g di arancia candita
- 30 g di cocozzata (zucca candita)
- un pizzico di cannella in polvere


PREPARAZIONE

Cominciate dalla cottura del grano perciò ponetelo in una pentola capiente assieme al latte, la buccia d'arancia, lo zucchero, il burro e la vaniglia e lasciate andare a fuoco lento per circa un'ora o, almeno, fino a che il latte non si sarà assorbito abbastanza da creare assieme al resto una crema. Spegnete e lasciate raffreddare.

La preparazione della frolla è semplicissima: fate una fontana con zucchero e farina, ponete al centro i tuorli e il burro freddo a tocchetti. Con le punte delle dita sbriciolate il burro con la polvere e impastate quanto basta perchè si formi una palla che metterete a riposare per circa mezz'ora in frigorifero.

Per quanto riguarda il ripieno, pesate la ricotta, passatela al setaccio e mescolatela con lo zucchero per qualche minuto. Aggiungete i tuorli uno alla volta (lasciando da parte i due albumi che monterete a neve), il grano cotto, i canditi a pezzettini, la cannella e l'acqua di fior d'arancio: quest'ultima va aggiunta gradualmente ed eventualmente non tutta se non è di vostro gusto l'aroma. Date una mescolata al tutto e finite con gli albumi montati, amalgamandoli al composto con movimenti dal basso verso l'alto.

Trascorso il tempo di riposo della pasta frolla, prelevatene i 2/3 e stendetela tra due fogli di carta oleata o da forno quindi rivestite il tipico 'ruoto' di alluminio che per questa dose non dovrà superare i 24-25 cm di diametro. Fate dei buchi sul fondo coi rebbi della forchetta e versatevi all'interno il composto di grano e ricotta. Con la restante pasta frolla fate delle strisce che porrete trasversalmente sulla superficie del dolce a mo' di decorazione.

Cuocete la pastiera in forno statico preriscaldato a 180°C per un'ora e, una volta sfornata, lasciatela riposare anche una notte intera prima di mangiarla.
Nota Bene: la pastiera è un dolce particolarmente umido quindi non vale la prova dello stecchino nè, anche per questo, si sforma dal suo 'ruoto' di cottura.


FONTI:

- Jeanne Caròla Francesconi - 'La cucina napoletana'
https://it.wikipedia.org/wiki/Pastiera_napoletana
- http://www.pastiera.it/

mercoledì 2 marzo 2016

Il tema del mese: Gingerbread cake

La gingerbread cake è una torta speziata morbida a base di melassa e zenzero fresco e secco che si usa per accompagnare e addolcire l'ora del tè nei Paesi britannici. In particolare, l'uso della melassa contribuisce a rendere e mantenere particolarmente soffice e umido l'interno di questo dolce anche a distanza di qualche giorno.

Ingredienti:

- 400 g di farina
- 100 g di burro a temperatura ambiente
- 1 uovo
- 350 ml di acqua bollente
- 285 g di melassa (o miele di acacia)
- 100 g di zucchero grezzo di canna
- 100 g di zucchero bianco
- 1 cucchiaio di lievito per dolci
- 1/2 cucchiaino di bicarbonato
- 1 cucchiaio di zenzero secco in polvere
- 50 g ca. di zenzero fresco grattugiato
- 1/4 di cucchiaino di chiodi di garofano in polvere
- 1 e 1/2 cucchiaini di cannella
- 1/2 cucchiaino di sale grosso


PREPARAZIONE

Scaldate l'acqua in un pentolino e portatela ad ebollizione, aggiungete la melassa e il bicarbonato e spegnete quando la melassa si sarà sciolta. In una ciotola mescolate la farina, le spezie secche, il sale e il lievito e tenete da parte.
Con una planetaria munita di foglia montate il burro e lo zucchero per qualche minuto, aggiungete l'uovo e, infine, lo zenzero fresco grattugiato.
Un po' alla volta, alternandoli, unite il mix di farina speziata e l'acqua con la melassa continuando a far andare la planetaria a bassa velocità.
Quando tutti gli ingredienti saranno ben amalgamati tra loro, versate il composto in una teglia tonda da 20-22 cm di diametro imburrata o rivestita di carta da forno e cuocete la vostra girgerbread cake in forno preriscaldato statico a 175-180°C per almeno un'ora o quando, inserendo uno stecchino al centro del dolce, questo risulterà asciutto al tatto. Servite la torta tiepida e, volendo, con un tè e un ciuffo di panna montata.

Fonti:

venerdì 20 novembre 2015

Il tema del mese: tagliolini al limone


In collaborazione con MTChallenge, potete leggere anche qui

I tagliolini al limone sono un primo piatto semplicissimo che richiede per la sua esecuzione poche materie prime ma di qualità perchè nessun sapore si nasconde o si mischia con altri ma viene esaltato in una reazione a catena di gusto.
Per la preparazione della pasta scegliete una buona farina: a me la sfoglia piace porosa quindi ho utilizzato solo farina di semola di grano duro rimacinata (che potete miscelare rispettando le proporzioni con una comune 00).
Vi occorrono inoltre un buon burro e limoni freschi di pianta, non troppo acerbi.
Questo piatto, se eseguito bene, sarà in cucina il vostro asso nella manica quando vi capiterà di avere pochi ingredienti in casa, poco tempo e vorrete comunque stupire: l'effetto è assicurato.
Un accorgimento importante nonchè un consiglio è quello di non eccedere con il succo di limone: basta un cucchiaino o addirittura qualche goccia in più e rischiate di trasformare una delizia in una specie di... colluttorio!

Ingredienti
(per 3 persone)

per la pasta:

- 200 grammi di farina di semola di grano duro rimacinata
- 2 uova medie
- un pizzico abbondante di sale

per il condimento:

- 50 grammi di burro
- la buccia grattugiata di un limone
- il succo di mezzo limone
- sale
- parmigiano reggiano grattugiato


PREPARAZIONE

Cominciate preparando l'impasto per i tagliolini: fate una fontana con la farina, rompetevi al centro le uova, aggiungete il sale e impastate. Piegate e ripiegate fino a creare un composto omogeneo che metterete a riposare per circa mezz'ora su un ripiano infarinato coperto da una boule di vetro.
Trascorso il tempo, con una macchina per la pasta fatta in casa (anche con il matterello volendo!!) tirate una sfoglia spessa non più di 2 millimetri e iniziate a creare i vostri tagliolini. Potete usare la macchina oppure, se li fate a mano, infarinate abbondantemente per evitare che si appiccichi la sfoglia che avete tirato, avvolgetela su se stessa e con un coltello tagliate la pasta avvolta  a 'fettine' spesse circa un paio di millimetri, quindi svolgetele e ponete i tagliolini così formati su un piano infarinato.
Potete utilizzarli chiaramente subito oppure metterli distesi e ben distanziati su un ripiano ad asciugare e cuocerli nei 2 o 3 giorni successivi.

Mentre l'acqua già salata per la cottura dei tagliolini raggiunge l'ebollizione, occupatevi del condimento. In una padella antiaderente ponete il burro: fatelo sciogliere a fuoco lento e fate attenzione che non bruci perchè, a differenza dell'olio, il burro soffre le temperature troppo alte e potrebbe deteriorarsi.
Appena il burro comincia a sobbollire dunque aggiungete la buccia di limone grattugiata, mescolate e cuocete per qualche minuto sempre a fuoco basso perchè le zeste rilascino i loro oli essenziali senza seccarsi troppo e, infine, aggiungete un po' di sale e il succo di limone: aggiungetelo gradatamente, goccia a goccia, assaggiate e regolatene la quantità secondo il vostro gusto.

Appena l'acqua inizia a bollire, mettete un filo d'olio e gettate i tagliolini: lasciateli in cottura per un minuto e mezzo e scolateli direttamente nella padella col burro. Qui spadellateli velocemente a fiamma vivace e servite con una spolverata di parmigiano grattugiato. Volendo, anche un pizzico di pepe bianco non guasta.

lunedì 5 ottobre 2015

Il tema del mese...: il Kranz


Il kranz è un dolce austriaco soffice, un nastro all'odore d'arancia di pasta sfoglia e pasta brioche ripieno di uvetta e canditi. Dolce di sapore ma non troppo, il kranz richiede una lunga e laboriosa preparazione per via delle due paste e del loro riposo ma posso assicurarvi che la pazienza e il lavoro saranno ampiamente ricompensati, oltre che dalla vista, dal primissimo morso.
(Potete leggere la ricetta di seguito o qui nel meraviglioso mondo dell'MTChallenge!!)


Ingredienti

(per la pasta brioche):

- 300 g farina 00 (W350)
- 75 g latte
- 7 g lievito
- 1 cucchiaino di malto di riso
- 2 uova + 1 piccolo (per spennellare)
- 50 g di zucchero
- 100 g burro
- la scorza grattugiata di 1/2 arancia
- 100 g di uvetta
- 100 g totali di arancio e cedro canditi
- zucchero in granella
- un pizzico di sale

(per la pasta sfoglia - ca. 300 g):

- 200 g farina 00 (W350)
- 110 ml latte
- 20 g burro ammorbidito a temperatura ambiente
- 15 g zucchero
- 2 g lievito di birra istantaneo
- 4-5 g di sale
- 2 g di aceto di vino bianco
- 100 g di burro all'83% di grassi tipo Lurpak


PREPARAZIONE

PASTA BRIOCHE
Sciogliete il lievito ed il malto nel latte intiepidito e versatelo al centro della farina setacciata messa in una ciotola. Mescolate con una frusta e aggiungete quel poco di farina necessario ad ottenere una pastella quindi coprire e lasciar gonfiare (1h circa).
Tirate fuori il burro dal frigo e grattugiateci sopra la scorza di mezzo arancio. Ponete l'impasto col lievito in una planetaria munita di gancio alla minima velocità e aggiungetevi un uovo alla volta leggermente sbattuto e metà zucchero, alternando le aggiunte con la farina ed impastando bene dopo ognuna di esse.
Per ultimo aggiungete il sale ed una manciata di farina lasciata da parte per incordare, unite il burro morbido con le scorze d'arancio un po' alla volta, aspettando il perfetto assorbimento tra un'aggiunta e l'altra.
Una volta ben reincordato, mettete l'impasto con la chiusura sotto a riposare in una ciotola imburrata prima 30' a temperatura ambiente e poi in frigorifero per 12-18 ore.
Trascorso il tempo, rimettete la vostra pasta brioche a temperatura ambiente coperta a campana per un'ora circa, poi impastate sgonfiando con delicatezza e lasciate riposare per 30' sempre con la chiusura verso il basso prima di formare.

PASTA SFOGLIA
In una ciotola sciogliete lo zucchero ed il sale con il latte e l’aceto. A parte setacciate la farina con il lievito di birra istantaneo. Unite il burro e gli ingredienti liquidi a quelli secchi fino ad ottenere un impasto grezzo. Non lavorate eccessivamente l'impasto, quindi formate un quadrato e avvolgetelo in pellicola e fate riposare il panetto in frigo per 6 ore.
Poco prima di tirare fuori l’impasto preparate il panetto di burro schiacciandolo tra due fogli di carta da forno e rimetterlo in frigo mentre stendete l’impasto.
Trascorso il tempo, stendete l’impasto a circa 6 mm di spessore facendo in modo che sia largo poco più del panetto di burro e alto due volte l’altezza dello stesso.Mettete il burro su una metà e richiudetevi l’altro lembo sopra e procedete con la piega a tre. Avvolgete l’impasto in pellicola alimentare e fate riposare in frigorifero circa mezz’ora. Stendete il rettangolo, avendo cura che la piega sia alla vostra destra, tirandolo ad una lunghezza corrispondente a tre volte il lato corto e fate nuovamente una piega a tre. Avvolgete in pellicola alimentare e fate riposare in frigorifero circa mezz’ora. Ripetete la piega a tre e il riposo in frigo. (Se fa eccessivamente caldo fate riposare 15′ in frigo e 15′ in freezer).

FORMATURA E COTTURA
Trascorso il tempo necessario per entrambe le paste, riprendetele e stendetele a una misura di non oltre 5-6 mm di spessore e 30 cm per il lato lungo e 20-25 cm per il lato corto. Ricavatene 3 rettangoli per ciascuna della misura di 10 cm x 20 cm.
Cominciate dal rettangolo di pasta brioche: spennellatelo con l'uovo sbattuto e ponetevi sopra una manciata di canditi e uvetta, sovrapponete ora il rettangolo di pasta sfoglia, spennellatelo con l'uovo e spargete un'altra manciata di uvetta e canditi. Continuate alternando gli strati fino al sesto di chiusura di pasta sfoglia che non ricoprirete però di uvetta e canditi. Una volta ben allineati tutti gli strati, schiacciateli delicatamente con il matterello e con attenzione, tenendo le estremità, fate una torsione dell'insieme di strati lungo l'asse longitudinale dello stesso quindi ponetelo su una leccarda rivestita di carta da forno, fate un'ultima spennellata d'uovo sulla superficie, spolverizzate una bella manciata di granella di zucchero e infornate cuocendo in forno statico preriscaldato a 180° C per 40 minuti circa.


FONTI

venerdì 3 luglio 2015

Il tema del mese...: la Francesinha



Oramai c'ho preso gusto e ogni mese raccolgo la sfida e il tema con una gran corsa e a braccia aperte.
Stavolta si tratta di panini, sandwich, hamburger (qui da me la chiamano anche "a 'mposta") ed è davvero un mare magnum; andando in giro per il mondo poi si apre un universo ed è meraviglioso vedere come, in questo caso, un semplice panino sia una vera e propria bandiera del Paese d'appartenenza.

La francesinha - appunto - viene ed è in sè foriera del Portogallo, un luogo  purtroppo per me mai visto ma che mi ha sempre affascinata e che è in cima alla mia personale wishlist delle mete da visitare.
Metaforicamente è come mi immagino possa essere il Portogallo stesso: ricco di colori, gusti forti, contrasti quasi impensabili ma con quella nota dominante che rende il Portogallo riconoscibile e assolutamente inconfondibile.

Il nome di questo piatto rimanda senz'altro ad altri lidi, la Francia, infatti pare che un certo Daniel de Silva, ritornato in patria da una lunga permanenza in Francia e Belgio, abbia cercato di declinare la preparazione del croque-monsier secondo il gusto portoghese con una particolare salsa a base di Porto. La francesinha, inutile quasi sottolinearlo, connota la città di Porto per via della salsa ma è diffuso in molteplici versioni e varianti in tutto il Portogallo.

La ricetta della salsa al Porto non è mai stata diffusa ufficialmente, non ne esiste una sola e ognuno sul web dice la sua. Io ho fatto una ricerca tra Italia, Portogallo e il resto del mondo e ho scelto alla fine la ricetta dalle materie prime più usate e anche più reperibili.

Avviso subito il pubblico che il Porto domina il gusto di questo sandwich in maniera quasi totale quindi è bene che vi piaccia altrimenti non potrete apprezzare, come dire, il Portogallo tra due fette di pane.



Ingredienti:

(per la salsa)

- 1/2 bicchiere di latte
- 1 cucchiaio di maizena
- 1/2 bicchiere di Porto
- 150 gr di polpa di pomodoro
- 100 gr di margarina
- sale e pepe
- peperoncino piccante
- brodo di carne q.b.


(per il sandwich)

- 2 fette di pane in cassetta abbastanza spesse
- 1 fettina di carne già cotta
- 1 fetta di prosciutto cotto
- salame piccante o chorizo
- 2 wurstel
- 1 fetta di formaggio tipo Edamer
- formaggio spalmabile
- 1 uovo al tegamino


PREPARAZIONE E MONTAGGIO

Per la preparazione della salsa stemperate la farina nel latte e, una volta ben amalgamati, aggiungete gli altri ingredienti e frullateli insieme.
Mettete il composto così ottenuto sul fuoco, portate a ebollizione e spegnete una volta che la salsa si sarà leggermente addensata (ricordate che è una salsa e non una crema quindi basteranno pochi minuti). Assaggiate e, all'occorrenza, aggiustate di sale e pepe.

Ora occupatevi del montaggio del panino: niente di più semplice!! La carne può essere cotta con largo anticipo e riscaldata, i wurstel leggermente grigliati e l'uovo basta che sia pronto qualche minuto prima.

In una teglia da forno ponete una delle fette di pane (che in precedenza avrete leggermente tostato nel burro), quindi il prosciutto, il salame piccante a fettine, i wurstel divisi a metà, una fetta di Edamer, la carne e chiudete con l'altra fetta di pane. Spalmate la superficie del sandwich con del formaggio fresco e versatevi generosamente sopra la salsa al Porto. Chiudete con l'uovo al tegamino in cima e infornate per qualche minuto (il tempo necessario perchè i formaggi si sciolgano leggermente).
Servite la vostra francesinha calda e circondata da un mare di patatine fritte, magari accompagnata da un bicchiere di Porto fresco.

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